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ZeroFarms: l’intervista all’azienda di agricoltura 4.0

Entro il 2050 si prevede che la popolazione mondiale arrivi a 9 miliardi di persone. Avendo in mente questo come futuro contesto, non si può pensare che l’agricoltura tradizionale possa sfamare tutta la popolazione mondiale in modo sostenibile.

Una soluzione alternativa arriva grazie al vertical farming: il settore che sviluppa le coltivazioni agricole in verticale e senza l’ausilio di suolo.

Dopo gli aggiornamenti sulla normativa di fine 2021, e l’introduzione del codice ateco per le attività d’idroponica e acquaponica, cresce l’interesse per le coltivazioni soil less.

Questa tecnica di agricoltura permette di avere coltivazioni in città, riutilizzare edifici abbandonati e produrre frutta e verdura di qualità eccellente sia a livello nutrizionale che di gusto. Ha inoltre un particolare occhio di riguardo verso la sostenibilità dei prodotti agricoli, anche sotto l’aspetto dei costi, in modo che chiunque possa godersi ortaggi e frutta di qualità superlativa.

Acquaponica.blog ha avuto la possibilità di ottenere un’intervista esclusiva con Mario Sforzini, nonché di accedere all’interno dell’azienda ZERO, dandoci così una panoramica della loro visione di agricoltura e di come hanno intenzione di sviluppare questo progetto, non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Zero è un’azienda che punta all’innovazione assoluta nel settore dell’agricoltura fuori suolo.”

Mario Sforzini (Pordenone, 2022)

Com’è nata l’azienda? Com’è iniziato il progetto e quali motivazioni vi hanno spinto a intraprendere questa strada?

Questa azienda è iniziata ormai 7 anni fa, intuizione dell’amministratore delegato Daniele Modesto che nasce come microbiologo molecolare, per poi dedicarsi al mondo della tecnologia, del marketing e successivamente della finanza e svolgendo la sua attività professionale sempre all’estero. Tornato in Italia con l’intenzione di fermarsi, cominciò a “guardarsi intorno” per trovare un modo adeguato per sfruttare le sue competenze tecnologiche.

Ritiene che il settore del cibo sia quello che rende l’Italia più riconoscibile e credibile nel mondo e l’agricoltura era un settore rimasto ancora molto fermo rispetto ai progressi tecnologici. L’intenzione era quella di fondere le sue competenze con questo, miscelando il più possibile tecnologia e agricoltura.

Capendo cosa ci fosse da sviluppare e cosa si potesse fare per inserire la tecnologia nel settore agricolo, si è appassionato alle coltivazioni fuori suolo: da lì è nata Zero, una technology company che si occupa di ricerca e sviluppo.

Abbiamo scelto d’installare la sede centrale a Pordenone per comodità logistica dei soci, che sono prevalentemente veneti, ma anche per il fatto che trovare diverse competenze industriali e manifatturiere presenti nello stesso territorio, è tendenzialmente molto difficile, se non nei distretti industriali italiani, come quelli tipici del Nord-est.

Poter sviluppare questo progetto in un’area in cui sono presenti molte competenze ha facilitato molto la creazione dell’azienda, non dovendo girare il mondo per individuare i giusti fornitori. Alcuni sono anche entrati in società già dalle fasi iniziali in quanto non cercavamo soci finanziatori, ma soci industriali.

Pordenone: un’esigenza aziendale?

Anche, in verità tutti eravamo disposti a muoverci, quindi non è che ci fosse un legame a un territorio particolare. La fortuna è stata quella di avere le due cose messe insieme: la comodità di rimanere a casa e l’avere tutte queste competenze che in altri posti del mondo sarebbe difficilissimo trovare.

Pordenone ci ha accolto benissimo: abbiamo trovato un’accoglienza fantastica sia da parte della città che della Regione FVG.

Abbiamo incontrato tra l’altro un ottimo riscontro e un grandissimo interesse, anche da parte del governatore Fedriga che ci è venuto a visitare e ci ha onorati, portandoci a EXPO a Dubai insieme ad altre aziende d’eccellenza friulana, dove c’è stata la giornata dedicata al FVG. In realtà Pordenone è solo l’inizio, nei piani strategici ci sono anche molte altre situazioni in valutazione, alcune delle quali sono già in corso d’opera.

Abbiamo iniziato negli ultimi tempi la costruzione di un hub produttivo in Lombardia e in provincia di Brescia.

Zero: cos’è questo hub produttivo?

Come accennato prima, Zero è una technology company, quindi si occupa solo di ricerca e sviluppo.

Abbiamo quindi creato delle operating company, che utilizzano la tecnologia di Zero, come per esempio Orto Verticale srl.

Orto Verticale ha una sua struttura e la sua strategia è quella di vendere e creare partnership direttamente con la grande distribuzione per produrre con il proprio marchio. Dal punto di vista commerciale è quello che ci differenzia rispetto agli altri che si stanno muovendo in questo settore.

Orto Verticale è la società che ha in mano la capacità produttiva: attraverso gli impianti si occupa nello specifico di produzione d’insalate, erbe aromatiche, microgreens, pomodori, frutti rossi, etc. Quindi opera nel mondo del food.

Zero invece è da considerare come la proprietaria di una piattaforma tecnologica su cui poi si applicano diversi progetti in diversi settori: non solo nel mondo del food, ma anche in quello farmaceutico, nutraceutico, cosmetico, etc. Gli impianti costruiti da Zero non sono previsti per la vendita, ma rimangono di proprietà in partnership con chi ha i canali distributivi o con chi ha l’accesso all’energia elettrica, mantenendo così un controllo totale sulla tecnologia e sugli standard produttivi.

Da quanto ha aperto Zero?

La costituzione formale di Zero risale al 2018, ma la ricerca e sviluppo è partita sette anni fa. L’impianto di Pordenone nasce da quasi due anni, in realtà come uno showroom più che un vero e proprio impianto di produzione.

Qui mostriamo la nostra tecnologia con degli impianti reali, gli stessi che stiamo mettendo negli hub produttivi, ma semplicemente sono in numero ridotto. Non abbiamo quindi una capacità produttiva così importante da poter soddisfare le richieste che anche una piccola catena di supermercati può avanzare.

Lo showroom viene quindi utilizzato prevalentemente per fare dei test col nostro brand attraverso la distribuzione a un numero ridotto di punti vendita di alcune catene di supermercati.

Quant’è grande l’impianto di Pordenone?

In realtà abbiamo più impianti di dimensioni diverse, il più grande è costituito da delle colonne di 8 layer lunghe circa una trentina di metri. Queste colonne sono dei veri e propri moduli che si possono adattare alle superfici su cui si va a installare l’impianto seguendo varie tipologie di layout.

Esiste poi un’area che si occupa solo di ricerca e sviluppo e al suo interno sono presenti dei mini laboratori che riproducono in scala l’impianto madre. Ne abbiamo prodotti parecchi e sono utilissimi per testare le “ricette” che servono per far crescere le piante in modo ottimale.

Per ricette non intendiamo solo l’acqua con i vari nutrienti, ma anche tutta la parte che riguarda il fotoperiodo, la gestione dell’aria, dell’anidride carbonica, della temperatura, praticamente tutto quello che viene coinvolto nel ciclo di crescita della pianta. Ad esempio grazie a questi laboratori posso scegliere di lavorare su una nuova insalata che mi viene richiesta e fare molti esperimenti contemporaneamente, in questo modo con un unico ciclo di crescita riesco già ad avere molti risultati diversi.

Questo rende i tempi di risposta molto rapidi e dopo aver individuato le ricette corrette, il nostro sistema le apprende e le invia direttamente agli impianti produttivi.

Come vi occupate del settore di ricerca e sviluppo?

Prima di tutto dobbiamo specificare che la tecnologia che utilizziamo si chiama aeroponica.

Le radici delle piante non sono in terra e nemmeno in acqua, ma letteralmente stanno in aria, all’interno di uno spazio protetto. Bisogna dare alla pianta, in funzione del suo ciclo, una serie di nutrienti, che non solo altro che gli acidi, le basi e i sali minerali che la pianta assorbirebbe normalmente dal terreno e poi dobbiamo dare la giusta quantità di luce, con le giuste frequenze.

Ovviamente esiste una letteratura su cui si basano i nostri agronomi, ma non è stato prodotto tutto in aeroponica e quindi per moltissime specie dobbiamo fare esperimenti e capire come reagisce la pianta. 

La coltivazione aeroponica poi è molto delicata dal punto di vista della gestione, c’è bisogno di un controllo continuo dei parametri: non avendo il buffer che creerebbe la terra o l’acqua o altri substrati, basterebbero piccoli problemi, per compromettere l’intero raccolto in pochissimo tempo.

C’è bisogno di una stabilità di gestione dell’impianto e di trovare le “ricette giuste per ogni coltivazione”.

Ci piace l’idea di avere un approccio “rinascimentale”, con competenze molto diverse tra loro. Siamo partiti da subito creando il team con agronomi, sviluppatori software, ingegneri, biologi. Questo ci ha permesso di affrontare la sfida con una visione non falsata da pregiudizi o da esperienze passate nel settore.

Qual’è la proprietà intellettuale di Zero? I suoi brevetti

Fin dall’inizio abbiamo sviluppato sia l’hardware sia il software, tutto prodotto internamente, e questo ha permesso di avere un sistema perfettamente integrato e il tutto è il più armonico possibile.

“L’approccio che contraddistingue Zero è quello del controllo totale del processo

Abbiamo depositato brevetti sia sul processo che sulle componenti dell’impianto che ci costruiamo. Ci occupiamo della completa produzione degli impianti, dai led, alla carpenteria, fino ai supporti di coltivazione. Questo ci dà la possibilità di avere un totale controllo sui numeri, cosa che per noi è fondamentale.

Qual’è la vostra caratteristica peculiare?

Sicuramente il controllo totale dei numeri e della tecnologia è la nostra caratteristica. Non siamo dei system integrator, produciamo in house la maggior parte delle componenti dell’impianto e questo ci aiuta ad avere un perfetto controllo sulla sostenibilità finanziaria.

Esistono varie tecnologie molto efficaci per la coltivazione fuori suolo, ma l’utilizzatore finale di queste tecnologie solitamente le acquista sul mercato e questo rende gli impianti troppo costosi. Gli impianti fatti in questo modo molte volte diventano degli “esercizi di stile” che funzionano perfettamente, ma il prodotto finale va completamente fuori mercato a causa del prezzo troppo alto. Fin dal primo giorno ci siamo dato l’obiettivo di rendere il prodotto finale più “democratico” possibile e quindi più accessibile.

Durante l’apertura dell’azienda avete incontrato difficoltà, regolamentazioni?

Siamo partiti investendo le nostre risorse per poi andare a trovare realtà che credessero e volessero investire nel nostro progetto, soprattutto industriali.

Ovviamente abbiamo avuto molte difficoltà di tipo tecnico. Siamo partiti prendendo spunto da quello che c’era sul mercato nei settori delle coltivazioni fuorisuolo e abbiamo cominciato a analizzare ogni singolo componente, cercando di farlo in un modo migliore e per ottenere dei risultati soddisfacenti abbiamo dovuto montare, smontare, rifare tutto, centinaia di volte.

Le difficoltà principali, alla fin fine, sono state gli errori normali che chiunque si occupi di ricerca e sviluppo incontra durante il percorso. A livello legislativo devo dire che non abbiamo incontrato alcun problema. La ricerca e sviluppo è stata portata avanti senza rallentamenti e durante il processo di costruzione del primo impianto pilota non abbiamo trovato problematiche particolari. Il nostro sistema di coltivazione dal punto di vista giuridico viene considerato una macchina, perché posizionato all’interno di un capannone senza toccarne la struttura.

Le difficoltà normative invece sono quelle che riguardano tutto il settore del fuori suolo. Cerchiamo di collaborare il più possibile con il MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) per ottenere una riconoscibilità del nostro settore.

Siamo una novità e abbiamo delle caratteristiche diverse rispetto ad altri settori, come per esempio quello della quarta gamma. Non abbiamo la necessità di lavare il nostro prodotto, perché è già pulitissimo e salubre, e lo confezioniamo direttamente appena dopo il taglio senza che nessun operatore lo tocchi. Quello che la legislazione oggi non permette ancora è di scrivere sull’etichetta che è “pronto al consumo” perché questa affermazione sarebbe in contraddizione con quello che siamo obbligati a scrivere, e cioè “prodotto non lavato”. Ma se il mio prodotto è si non lavato, ma al tempo stesso già pulito e non contaminato, perché non posso scrivere che è pronto al consumo? Ma sono certo che la questione verrà risolta a breve.

Altre difficoltà che abbiamo avuto sono state nel trovare la giusta comunicazione, soprattutto verso i consumatori, che non conoscono questo tipo di coltivazione, e ci sono molti pregiudizi. Per esempio bisogna spiegare che la terra non è ciò che dà il sapore alla pianta, ma è un sostegno fisico e un vettore di nutrienti. Una volta spiegate questa e tante altre cose, anche il consumatore si rende conto che il prodotto non è stato creato in laboratorio, ma è stato prodotto da un contadino che si è evoluto e che semplicemente utilizza nuovi mezzi e tecnologie. Il processo di crescita della pianta dal seme, è lo stesso che si ha in campo aperto e il consumatore va accompagnato nella scoperta di questo nuovo modo di fare agricoltura, ma sempre di agricoltura si tratta.

Ci consideriamo molto aperti e abbiamo un gran desiderio di fare divulgazione, di spiegare e raccontare: se le persone non hanno ancora le conoscenze e nessuno è disposto a educare, resteranno intrappolate nei loro pregiudizi.

A chi vendete i vostri prodotti?

In questo momento la nostra produzione di Pordenone è piuttosto limitata: riusciamo a soddisfare le richieste una decina di punti vendita. L’impianto che stiamo ristrutturando a Capriolo in provincia di Brescia sarà invece un hub di produzione molto importante.

Il caso di Capriolo è uno di questi, l’edificio ospitava un opificio che si occupava di tessitura, nato più di 100 anni fa, all’interno del parco dell’Oglio. A fianco dello stabilimento è anche presente una centrale idroelettrica, che fa parte della proprietà di tutto il complesso. La presenza della centrale ci permette di mantenere uno dei nostri capisaldi: quello di rifornirci di energia elettrica solo da fonti rinnovabili e in più sarà energia auto-prodotta.

Come riadattate questi locali?

Non c’è bisogno di molto, una volta che il guscio esterno del capannone ha un minimo di isolamento, con un tetto resistente all’acqua non ci serve molto altro. L’altezza giusta dovrebbe essere intorno ai sei metri. All’interno del capannone poi ricostruiamo un altro guscio, con una struttura autoportante di pannellature isolanti con all’interno tutte le batterie di colonne di coltivazione.

Come funziona il vostro software?

Il software si chiama Root, è il nostro “agronomo virtuale” ed è molto complesso ed articolato, è quello che fa davvero la differenza: monitora, verifica e governa l’andamento dell’impianto.

Essendo stato sviluppato internamente riesce ad avere una perfetta integrazione con l’hardware, cosa che altrimenti non sarebbe possibile con software provenienti da terze parti. Root controlla tutto: da una parte gestisce sensori di ogni genere, dall’altra, grazie a un sistema di computer vision, può visualizzare come si muove la pianta quando cresce, può individuare anomalie sulle foglie e confrontarle con il proprio data base che è in costante aggiornamento, rispondendo sempre di conseguenza in modo automatico.

L’idea è quella che l’impianto si autogestisca. Il supporto umano sarà sempre necessario, ad esempio in caso di anomalie nuove non ancora registrate dal software. Il sistema è in Cloud e consente di controllare gli impianti anche a distanza, senza dover per forza avere delle figure altamente specializzate da mandare in giro per il mondo.

Aprirete altre sedi oltre quella di Capriolo?

Il mercato italiano è complesso sotto molti aspetti, la nostra principale sfida è stata quella di avere un prodotto qualitativamente paragonabile al biologico, per alcuni aspetti addirittura maggiore, avendo quindi come target la fascia di consumatori che compra questo tipo di prodotti e che negli ultimi dieci anni ha visto una crescita importante. La seconda sfida è quella di abbattere ulteriormente i costi e avere quindi un prodotto che sia acquistabile anche da fasce di consumatori che solitamente non acquista bio per questioni di prezzo. Dopo essere entrati nel mercato italiano che è molto complesso, entrare nel mercato estero dovrebbe essere molto più facile. In realtà abbiamo già iniziato, con un impianto che verrà realizzato in Arabia Saudita e a seguire ce ne sono molti altri, ma che sveleremo a tempo debito.

Avete dei competitors? Chi sono?

A livello internazionale ce ne sono alcuni, ad esempio le americane AeroFarms, Plenty, Bowery o la tedesca Infarm che sono aziende che negli ultimi anni hanno avuto valorizzazioni che superano i sei zeri, ma che però mantengono prezzi di vendita ancora molto alti. In Italia un competitor degno di nota è sicuramente Planet Farms, ma in realtà nessuno di questi soggetti lo vedo come un concorrente, perché utilizziamo tecnologie un po’ diverse ma soprattutto la strategia di business e commerciale è completamente diversa.

Quello a cui puntiamo noi è una capacità produttiva importante, non a un prodotto di lusso.

I risultati che abbiamo ottenuto in termini di qualità, resa, impatto ambientale sono eccellenti. Tutto è però migliorabile, quindi la ricerca continua, anche verso nuovi progetti. Infatti l’altra grande differenza che abbiamo rispetto ai competitor è che Zero è una piattaforma tecnologica su cui applicare progetti anche molto diversi tra loro, come vi raccontavo prima.

Zero:

Che la rivoluzione abbia inizio

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